SANDRO SERRADIFALCO (Critico, saggista Direttore di EA Editore)
Yasmina, le tue opere oscillano spesso con fluidità tra riferimenti mitologici e stati d'animo profondamente personali, come se la mitologia diventasse uno specchio della nostra vita interiore. Come decidi che un mito – come quello di Pigmalione e Galatea o di Icaro – sia il linguaggio simbolico più appropriato per esprimere gli stati emotivi e spirituali che desideri catturare?
Questa esplorazione nasce dal profondo desiderio di addentrarsi nelle profondità della psiche umana: le nostre emozioni e i nostri stati d'animo. La mitologia, in quanto linguaggio simbolico universale, offre una cornice ricca e senza tempo. I miti e i loro archetipi forniscono un terreno fertile su cui costruire una struttura narrativa per sentimenti spesso ineffabili. Quando ho cercato di evocare una forma di amore platonico, mi sono rivolto alla storia di Pigmalione e Galatea, un racconto al tempo stesso delicato e inquietante che incarna perfettamente la profondità di quel sentimento.
Nel tuo approccio artistico, descrivi le immagini come un vero e proprio linguaggio che collega il significato razionale all'esperienza interiore. Potresti approfondire la tua percezione della fotografia come pratica spirituale, un ponte tra corpo, cuore, intuizione e pensiero, quasi una forma di meditazione o preghiera?
Le mie immagini prendono forma in diverse fasi. Inizio preparando quelli che chiamo i miei "sfondi": una base di macrofotografie di medio formato che funge da archivio visivo a cui attingo in seguito. Poi arriva la fase di ricerca: un periodo intenso e carico di significato in cui convergono tutti gli aspetti dell'essere: cuore, esperienza, intelletto, intuizione, memoria. È una fase vivida e rapida, come schizzi gettati sulla carta, bozze febbrili. A volte si trova qualcosa, a volte no. Infine, trasformo l'impulso iniziale in un'immagine più compiuta. È un lavoro alchemico: misuro, perfeziono, trasmutto. Questa fase più lenta e meditativa è spesso accompagnata dalla musica e richiede pazienza, attenzione, presenza…
Il tuo processo trasforma la realtà in allegoria, permettendo a elementi naturali o umani di assumere un significato simbolico. In che misura sei consapevole di questa traduzione durante il tuo lavoro? Parti da una chiara intenzione simbolica, oppure la profondità simbolica emerge naturalmente man mano che gli strati delle tue immagini si dispiegano?
Come accennato in precedenza, utilizzo i miei "sfondi" in modo simbolico: attraverso il loro cromatismo, la loro vibrazione, energia e consistenza, rappresentano uno stato emotivo, una dimensione interiore. È in questo spazio che immergo il mio soggetto, il che a sua volta conferma l'emozione o lo stato d'animo che cerco di esprimere. A volte parto da uno sfondo che ispira un'immagine; altre volte, dal soggetto stesso. Ho una particolare affinità per l'allegoria e la utilizzo occasionalmente, perché mi sembra un modo efficace e potente per trasmettere certi messaggi.
Avendo vissuto in Italia e in Francia, due luoghi in cui arte, spiritualità e memoria culturale sono profondamente intrecciate, in che modo l'atmosfera spirituale di questi ambienti ha influenzato la tua sensibilità artistica, in particolare nel tuo dialogo costante tra mitologia e psiche umana?
Sono incredibilmente fortunato ad essere nato tra due culture e due magnifici paesi: la Francia e l'Italia. La Francia mi ha fatto conoscere l'arte molto presto. A sei anni ho scoperto Van Gogh e Seurat, i cui dipinti hanno risvegliato in me una profonda risonanza. Più tardi, Klimt, Gustave Moreau, Monet, Rembrandt e Vieira da Silva hanno lasciato un'impronta indelebile. I loro stili – che spaziano dal simbolismo al barocco all'astrazione – portano tutti, a mio avviso, una forte impronta spirituale. Ognuno ha lasciato una traccia duratura.
L'Italia, d'altro canto, incarna la creatività nella sua forma più radiosa. Lì l'arte non è solo contemplata, ma vissuta. È un paese di mille meraviglie, dove la scoperta, lo stupore e la vitalità non cessano mai.
Il mito di Icaro nella tua opera Too Much Light of Icarus irradia sia l'estasi della trascendenza che la tragedia della distruzione. Credi che, nell'arte come nella vita, l'illuminazione spirituale comporti sempre il rischio di bruciare troppo vicino al divino? È una tensione che integri intenzionalmente nel tuo lavoro?
Per me, la figura di Icaro incarna una passione profondamente umana: quell'impulso ingenuo verso l'assoluto, verso la luce, contraddistinto da orgoglio, desiderio ardente e un'irrefrenabile sete di spingersi oltre i limiti del possibile. Provo grande compassione per Icaro.
La spiritualità, al contrario, mi sembra un percorso introspettivo che richiede resistenza e pazienza: una ricerca lenta e silenziosa che, anziché sfidare le leggi del mondo, cerca di trasformare le ferite in luce e di espandere la coscienza. Si potrebbe dire che la passione di Icaro è un'ascesa guidata dal desiderio, mentre la spiritualità è un'elevazione attraverso le profondità dell'essere. Due movimenti ascendenti: uno consuma, l'altro illumina.
In "The Secret" , le texture blu sovrapposte suggeriscono silenzio, occultamento e forse una profondità interiore difficile da esprimere. Come affronti il tema del segreto o del non detto nelle tue immagini? Credi che la fotografia possa rivelare verità spirituali che il linguaggio non può?
Grazie per aver menzionato quest'immagine. Risale ai miei primi impulsi creativi, quando avevo vent'anni. Se soffermatevi sul volto, noterete, appena sopra la fronte, una sottile apertura, come una porta invisibile. Sembra aprirsi su uno spazio di coscienza che non può essere afferrato o pienamente contemplato, ma solo percepito. Gli artisti hanno sempre inserito enigmi e messaggi nelle loro opere: frammenti di verità velata. Per me, non si tratta di risposte definitive, ma di domande intime. Domande che affido all'immagine e che a volte pongo allo spettatore, affinché possa trovarvi le proprie risonanze.
La spiritualità spesso implica una ricerca di connessione: con il divino, con gli altri o con il nostro io più profondo. Nella tua serie ispirata alla mitologia, consideri il tuo lavoro come un ponte universale tra il tempo e le culture, oppure come un'esplorazione intima del tuo percorso personale segnato da fede, dubbio e meraviglia?
«L'amore non esiste, esistono solo prove d'amore», scrisse Pierre Reverdy. Allo stesso modo, la spiritualità non è per me un'idea astratta, ma un cammino di elevazione, un'espansione dell'anima, un costante tentativo di ancorarla alla realtà. Si manifesta nella presenza, nello scambio, nella creazione... Anche quando le mie immagini traggono ispirazione dalla mitologia, restano soprattutto espressione di un viaggio interiore, percorso da fede, dubbio e meraviglia. Robert Delaunay diceva: «L'artista inizia la tela, ma è lo spettatore che la completa». Così, l'osservatore, con il proprio percorso, termina o rivela l'immagine a modo suo. L'opera diventa quindi un ponte tra il mondo interiore dell'artista e quello di chi la contempla.
Hai lavorato sia in contesti documentaristici – reportage per agenzie di stampa – sia nella fotografia allegorica e simbolica. Come concili queste due pratiche apparentemente opposte, una radicata nella verità esteriore e l'altra nella verità interiore o spirituale? Le consideri distinte o parte di un continuum nella creazione di immagini?
L'esperienza del reportage è stata incredibilmente arricchente. Il direttore della mia agenzia era un mentore, un coach e un amico. Ci spingeva a superare i nostri limiti come fotografi. Ho vissuto momenti incredibili. Come ho già accennato a proposito del momento creativo, il reportage è simile: cuore, esperienza, intelletto, intuizione e conoscenza si fondono per trasmettere al meglio la realtà che ci circonda. La differenza è che siamo immersi in una scena reale, all'interno della quale componiamo l'immagine. Tutto dipende quindi da un unico asse: il posizionamento del nostro corpo, del nostro sguardo e della macchina fotografica.
Il reportage ci insegna a vivere pienamente il momento presente. Diventiamo veramente consapevoli dell'effimero e il carpe diem diventa il nostro credo.
In un mondo dell'arte contemporanea spesso dominato da ironia, critica e sperimentazione tecnologica, il tuo lavoro pone l'accento su poesia, simbolismo e spiritualità. Cosa speri di trasmettere al pubblico contemporaneo attraverso la tua arte? La consideri un antidoto, un monito o forse un'apertura verso una visione più profonda dell'esistenza?
È meraviglioso che esistano così tanti modi di esprimere l'arte, e che questa sia così ricca e variegata. Per me, non si tratta di una scelta intellettuale. Ciò che si percepisce è solo la punta visibile di un lungo viaggio interiore, come la punta di un iceberg, una riflessione personale composta da frammenti di coscienza ed esperienza. Non ho alcuna intenzione premeditata nei confronti dello spettatore. Un amico una volta mi disse che l'arte e la cultura sono modi per attraversare l'esistenza sentendosi un po' meno soli. Quindi, se qualcuno, guardando una delle mie immagini, si sente compreso, si sente un po' meno solo, ne sarei profondamente commosso.
FLAVIO DE GREGORI (Direttore dell' Accademia Santa Sara)
Le tre opere fotografiche qui esaminate, realizzate da Barbet Yasmina, sono la sintesi di una visione creativa intrisa da eloquenti frammentazioni di luce e ombre, riecheggi interiori e visività scintillanti, dalle cui attenzioni particolarmente remote da parte dell’artista, le emozioni ricercano la causa del turbinio interiore come analoga condizione emotiva dell’essere umano in un contesto artistico di grande espansione storica.La linea di contorno conferisce al soggetto la giusta interpretazione dei fatti mentre i dettagli tracciano una classicità simbolista variando nello spazio con forme predisposte alla rievocazione per una stratificazione ottica proiettata dall'interno verso l’esterno, dal buio della notte alla luce del giorno, dalla morte al risveglio universale del corpo e della mente, dalla paura alla gioia dei terreni godimenti. Flavio De Gregori
RUTHIE TUCKER (Direttore Generale della Amsterdam Whitney Gallery, New York.)
Ispirata dall’affermazione di Alfred Stieglitz, “for that is the power of the camera, seize the familiar and give it new meaning” (perché questo è il potere della macchina fotografica, coglie il noto e gli conferisce nuovo senso), la fotografia digitale dell’artista italiana Yasmina Barbet rispecchia una visione personale che offre una prospettiva fresca ed emozionante del nostro mondo. L’occhio della sua fotocamera cattura persone e oggetti permettendo allo spettatore di recepire l’energia che li circonda diventando a sua volta esso stesso parte della scena poiché coinvolto nell’energia cinetica dell’istantanea. Esplorando zelantemente il mezzo dell’arte digitale, Barbet ricerca la bellezza nella realtà traducendo tale bellezza nel suo linguaggio composto da forme e colori.Creando un’atmosfera attraverso la luce potente e l’uso ingegnoso dei colori, Yasmina Barbet attinge a un’energia vitale lasciando filtrare il potere delle emozioni attraverso la sua macchina fotografica. Trascrivendo colori, forme e ritmi, l’artista incapsula visioni divergenti attraverso un’abbagliante sintassi visiva. Una bellissima spontaneità riecheggia nelle sue opere poiché ogni fotografia crea una narrazione che è aperta ad interpretazioni. In ultima analisi, ogni immagine rappresenta un’esperienza che permette all’audience di attraversare i confini della foto per entrare nel mondo di Yasmina Barbet. “Le immagini sono il vero linguaggio, dove le forme richiedono un costante allenamento per affinare la loro espressione, dove il nostro raziocinio non può essere separato dalla nostra interiorità, dal nostro percorso personale,” afferma Barbet riguardo la sua fonte di ispirazione. Galvanizzata dalle persone e dai volti della sua Italia, Yasmina Barbet utilizza tecniche digitali che uniscono assieme immagini e visi frammentati, motivi e texture sia provenienti dalla sua immaginazione che dagli incontri quotidiani. Creando storie visive provocatorie, queste uniche composizioni costringono lo spettatore ad analizzare gli oggetti più conosciuti e i ritratti fotografici in una maniera completamente nuova e spontanea. Esplorando la dicotomia tra realtà e percezione, Barbet ci spiega che “quando utilizziamo immagini allegoricamente per esprimere un pensiero, un concetto, un’osservazione o uno stato d’animo, gli elementi del reale assumono allora una connotazione simbolica. A volte questi due aspetti si incontrano.” Condividendo la sua visione con noi, Yasmina Barbet ci dà anche l’opportunità di condividere il suo stupore nei confronti del mondo. Carica di vita e di energia, ogni composizione digitale è una fusione di vita provocatoria e misteriosa. Geniale e di ispirazione, la fotografia digitale di Barbet induce lo spettatore a connettersi con il mondo circostante. Coltivando la sua tecnica e rappresentazione della condizione umana assieme alle nostre percezioni visive, le fotografie di Barbet sono gemme del genere digitale che hanno reso l’artista nota a livello nazionale e internazionale.
Ruthie Tucker